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Camminando in un immenso prato vicino la caserma dei Carabinieri dell'Aquila - un campo in cui erano state portate le macerie di tanti palazzi crollati durante il terremoto -, mi sono ritrovato davanti un album di foto, bianco e tutto impolverato... 
L'ho raccolto. Non so di chi sia, non ci sono riferimenti. Non so neppure se le persone ritratte in queste foto siano ancora vive o meno. Lo spero, ovvio, ma non posso saperlo. Forse hanno perso tutto durante il terremoto, forse hanno smarrito persino i ricordi del passato, rimasti sepolti sotto i resti di un palazzo distrutto dalla scossa. Magari i protagonisti di questi scatti hanno di nuovo un tetto sotto cui riposare ora, sì, ma non hanno più una foto di quando erano giovani o di quando i figli, da bambini, giocavano al mare... 
In quello stesso prato, a tratti verde a tratti brullo, ricoperto dalle macerie dei palazzi dell'Aquila, ho conosciuto Riccardo: quella notte è rimasto sepolto vivo per sette ore sotto le mura della sua casa, che gli sono addosso. Qualche ferita, una costola incrinata, ma si è salvato, per fortuna, e con lui la sorella. I suoi genitori no. Dormivano nell'altra stanza, crollata con più veemenza. Non ce l'hanno fatta. L'ho incontrato mentre cercava una foto, anche vecchia di vent'anni sarebbe andata bene, e la cercava con forza e decisione perché il destino oltre ad aver divorato una madre e un padre aveva spazzato via anche la possibilità di avere una loro rappresentazione fittizia, un ricordo cartaceo, un'immagine sbiadita, una piccola foto. Niente, il terremoto gli aveva portato via tutto. 
Ci siamo messi a cercare e Dio solo sa come, ma ne abbiamo trovate due, di foto, rovistando tra quintali di detriti. Pochi minuti dopo, un altro colpo di fortuna: una maglietta. Già, una maglietta. In quella desolazione sembrava essere un tesoro, perché a volte in mancanza di altro anche un pezzo di stoffa ti può ricordare una persona che non c'è più. E' per i tanti "Riccardo" che il terremoto ha creato in Abruzzo che voglio cercare i proprietari di quell'album di foto che ho ritrovato tra le macerie. Cerchiamo insieme queste persone, per restituirgli un passato che sembrava essere andato perduto per sempre...
E se anche voi avete trovato qualcosa... contattatemi, cercheremo insieme una soluzione Scrivi commento (0 Commenti) |
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Così va la vita. L’odore della polvere non può essere percepito attraverso i giornali o tra le pagine dei quotidiani. Dovrebbero darne un sacchetto in allegato. Ad Onna, a Paganica, a San Gregorio, l’odore della polvere invece ti entra dentro, sale nelle narici e poi scende fino allo stomaco. Si alza con il vento dai cumuli delle macerie, si trova sotto le unghie, nere, dei volontari. A mezzogiorno quella polvere è bollente, come sabbia del deserto sotto il sole che cuoce e secca l’Abruzzo, la mattina e la sera l’umidità la trasforma in fango, in cui affondi mentre cammini tra le tendopoli, guardando nei riflessi degli occhi degli sfollati il ricordo di una casa che non c’è più. 
Le case, già. Sono loro a parlare del terremoto più del lungo elenco di morti, più delle file di bare bianche poggiate sui tappeti rossi nella caserma di Coppito. Perché quando entri in un paese piccino e di abitazioni non ne trovi in piedi neanche una, ti sembra di entrare nel set di un film. Ad Onna la strada principale non c’è più. Sì, non c’è più, non esiste neanche, adesso. Per camminare bisogna passare sopra due metri di detriti, ovvero i palazzi crollati sull’asfalto da destra e da sinistra. Palazzi formati da appartamenti. Appartamenti abitati da persone, prima. Da fantasmi, ora. Il ricordo più desolante che ho è l’entrata nella frazione di San Gregorio, nella omonima piazza principale.Rimane in piedi solo uno scheletro di cemento, un piano terra. Il resto è crollato. Crollata la chiesa, crollato il refettorio con alcune persone dentro. Crollate le case. Il ricordo più triste invece è stata lei, una signora impegnata a spolverare le foto. È vero, non è un romanzo. Nel terremoto ha perso marito e due figli, ha perso i ricordi e una casa. Le hanno prestato un camper per vivere. L’abbiamo incontrata proprio così, mentre spolverava le foto nel suo camper. E quando le ho chiesto se potevamo aiutarla in qualche modo, ci ha detto “Io almeno ora ho un posto per dormire. Se potete, aiutate quei tanti che non hanno neppure questa fortuna”. Si è messa a piangere e ha continuato a togliere da quelle foto un sottile strato di polvere. La polvere del terremoto, ancora lei. Scrivi commento (0 Commenti) |
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Il dibattito che sta divampando in questi giorni in Italia sul caso Eluana ha un corrispettivo negli Stati Uniti, un caso che suscitò clamore anche nel nostro Paese: è quello di Terry Schiavo, una donna morta a 41 anni nel marzo del 2005, a due settimane di distanza da quando i medici avevano staccato i tubi per l'alimentazione artificiale che la tenevano in vita da ben 15 anni. Il calvario di Terry e della sua famiglia inizia nel 1990, quando la donna ha una crisi cardiaca e la mancanza di ossigeno le provoca seri danni cerebrali. Otto anni dopo il marito, Micheal Schiavo, avvia una battaglia giudiziaria per lasciar morire la moglie, sostenendo che questa sarebbe stata la sua volontà. A questo punto entrano in scena i coniugi Bob e Mary Schindler, genitori di Terry: si battono affinché la figlia continui a vivere, sostengono che mai e poi mai avrebbe coscientemente preso una decisione simile e affermano di aver notato dei lievi miglioramenti. Sono anni di battaglie giudiziarie che sfociano persino nell'intervento dell'allora presidente Gorge W Bush a favore degli Schindler. Ma Micheal Schiavo non si arrende, sono ben 14 i ricorsi alle Corti di Giustizia, che gli danno ragione: i medici possono staccare i tubi dell'alimentazione artificiale. Il 31 marzo Terry Schiavo muore, dopo due settimane dalla rimozione del sondino, mentre centinaia di manifestanti si accalcano fuori la sua casa di cura. Scrivi commento (0 Commenti) |
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Quarantatré anni, doppio passaporto francese-marocchino, sorriso ingenuo e malizioso allo stesso tempo, fisico da modella. E il 2 gennaio scorso ha partorito la piccola Zohra, del cui padre nessuno, però, conosce l’identità. Mademe et monsieur, ecco a voi Rachida Dati, ministro della Giustizia francese. Dalla notizia della sua gravidanza, Rachida si è trincerata dietro un no comment: “ho una vita sentimentale molto complicata” ha dichiarato ai giornali, “preferisco non parlarne”. Da loro, dai giornali, è stata inseguita in questi mesi, attaccata sul piano politico e personale. E anche ora che è tornata al lavoro ad appena cinque giorni dal parto cesareo, in tanti la accusano. Questa volta sono le femministe d’Oltralpe e le associazioni dei ginecologi: dà il cattivo esempio – dicono – dovrebbe rimanere di più con sua figlia prima di tornare in ufficio. Ma come stupirsi di una donna che ha bruciato tutte le tappe da quando è nata. Se negli Stati Uniti Obama è il simbolo del sogno americano, il self made man che ha conquistato la vetta del potere, in Francia Rachida ha fatto - se è possibile - ancora di più, è il simbolo dell’integrazione da contrapporre allo strappo sociale consumatosi con la rivolta delle banlieu, e non sembra intenzionata a fermarsi. La sua storia sembra una favola, una Cenerentola passata dalla casa senza acqua corrente in cui viveva da piccola alla carica di ministro della Giustizia, da una infanzia con il padre muratore marocchino e la madre algerina che non sapeva né leggere né scrivere ai colloqui con i più potenti della terra. Una favola appunto: nel giro di pochi anni Rachida, nata sotto il segno del Sagittario, tenace e determinata, rampante e arrampicatrice, passa dal vendere i rossetti porta a porta (bussando a mille porte con quel suo sorriso ammaliante) a stratega politica e diplomatica. Scrive tanto, lettere su lettere, a decine ne invia all’allora ministro Sarkozy per convincerlo a prenderla come consulente. Vince la scommessa. Arriva alla sua corte e conquista perfino la simpatia di Cecilià. Quando la premiere dame lascia il neopresidente francese, Rachida si schiera dalla parte di lei. Inizia qui forse una sua – momentanea – parabola discendente. Perde la stima di Sarkozy, è osteggiata dalla neoconsorte Carla Bruni che le rivolege - narrano i retroscena politici - parole di fuoco e la teme come concorrente d'amore. Non è un caso che proprio il nome di Sarkozy sia accostato a quello di Rachida come possibile padre della piccola Zohra. Monsieur le President è in buona compagnia: il toto-padre vede in prima fila ai blocchi di partenza anche un altro big della politica europea, l'ex primo ministro spagnole Josè Aznar, oltre ad una schiera pressoché infinita di diplomatici, funzionari governativi, imprenditori e chi più ne ha più ne metta. Non poteva mancare il solito sito web nato ad hoc, in cui i naviganti possono scommettere sul nome del misterioso padre. La Francia neogollista e l'Ump stanno assistendo alla scalata di una nuova Segolene, un caterpillar intenzionato a schiacciare chiunque tenti di fermarne la corsa: Rachida ha quella fame di potere che solo chi parte dal gradino più basso della società riesce ad avere. Non importa il denaro ma il potere in quanto tale, l'imperium che vuole togliere di mano ai politici di professione formatisi nelle scuole della politica per riscattare definitivamente le Banlieu, lei che pare averle dimenticate a volte. Non è così, dietro la sua scalata c'è il desiderio di riscatto sociale di una intera comunità che troppo spesso viene messa in un angolo, Stato nello Stato, la stessa che ha messo a ferro e fuoco la Francia appena tre anni fa. Anche lei vuole appiccare un incendio e il cerino che ha in mano è ancora molto lontano dallo spegnersi. Simone Toscano Scrivi commento (0 Commenti) |
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“Signora, come è entrata qui?” hanno gridato gli agenti di guardia vedendola sbucare dal nulla nel settore H. “Non può entrare, si fermi” hanno poi intimato vedendola allungare il passo con le sporte della spesa verso il varco del check in. “Signora!”. Pochi attimi, il tempo di mettere piede lì dove nessuno può entrare. E poi l’esplosione. Deflagrante, potentissima. A terra sono rimasti in 741, tutti passeggeri in attesa di imbarcarsi chi per il sole caldo dei Caraibi e chi per le barriere coralline del Pacifico nel pieno di un dicembre freddissimo. E’ la nuova frontiera del terrorismo, della guerra globale contro il benessere cino-occidentale. Nel 2001 Osama Bin Laden aveva assoldato disperati indottrinati nei paesi islamici, in Africa e in Arabia Saudita, aveva cresciuto generazioni di mujaheddin in Afghanistan, sbandierando l’incubo di una nuova invasione – culturale ed economica – degli Stati Uniti e dell’Occidente dopo quella sovietica degli anni Ottanta. Aveva promesso ventisette-vergini-ventisette - e una ricca dote per la famiglia lontana - ad ogni martire disposto a perdere la vita in un attacco suicida contro l’America. Ora che il benessere e la pacificazione hanno raggiunto anche l’Africa del nord e il Medio Oriente, la nuova frontiera del martirio globale sono gli anziani, i poveri, l'insospettabile sottoproletariato urbano delle nuove megalopoli americane ed europee. Le vecchine con la sporta della spesa, il cappotto liso e il cappello di lana alla francese calato sulla testa. Sotto accusa sono finiti gli addetti alla sorveglianza esterna e dell’entrata passeggeri. Questa volta forse, almeno questa volta dopo gli errori del 2001, il mondo dovrebbe aprire gli occhi e riflettere sui propri errori e non sugli addetti ad una sorveglianza, insonnoliti alle 6 del mattino nonostante i caffè tracannati per restare svegli durante il turno della notte. Perché sono loro, gli errori, la cecità conclamata di una società senza limiti, che hanno permesso una strage senza precedenti. Impossibile sospettare di una nonna, di un passo lento che si muove ingobbito tra i passeggeri. Nessuno le ha chiesto i documenti, è vero, ma probabilmente avevano fatto nascere un sorriso amaro e un "laissez faire" quelle sue movenze, di chi è abbattuto da una vita iniziata e finita nei ghetti delle nostre città, sempre più lontani dai quartieri ricchi. I terroristi sono in mezzo a noi ora, è inutile fingere di non saperlo. Non hanno un colore della pelle diverso, non hanno una fede religiosa da temere ingenuamente, stavolta. Sono come noi, stanno in mezzo a noi. E non parlano con noi. Li abbiamo dimenticati, li abbiamo relegati ad un ruolo periferico, ma chi è nell’angolo spesso vuole uscire allo scoperto, in qualsiasi modo. Anche questo. Non importa che la nuova Jihad africana anche questa volta abbia offerto soldi a chi si è immolato, abbia comprato una anziana vecchina con la speranza (vana e folle è ovvio) di una vita agiata per l’anziano marito e per i nipotini. Non ci saranno regali sotto l’albero per noi né per loro. Da oggi dobbiamo iniziare ad avere paura dei nostri nonni, quando li vedremo girare negli affollati centri commerciali a comperare pacchetti. Dobbiamo avere terrore delle loro sporte di stoffa logora o di plastica, una dentro l’altra. Dobbiamo guardarli e chiedergli di fermarsi e di salvare questa società senza direzione, che li rende i paria, gli intoccabili all’interno di un mondo scintillante. Dobbiamo aprire gli occhi di fronte alla nuova minaccia globale. L’esercito degli anziani, sembra un film. E questo è il triste. Scrivi commento (0 Commenti) |
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